Manifesto per Bologna

Un Manifesto per Bologna. Con una proposta programmatica (versione PDF scaricabile)

Perché una proposta di aggregazione politica, di una lista per le elezioni comunali?
Per dare risposte che altri non danno.
Per sollevare temi di cui altri non si avvertono.
Per individuare problemi che altri non vogliono porre e proporne soluzioni che altri non vedono.
Per ascoltare chi non viene udito e dare voce a chi non riesce a parlare.
Per fare sentire ogni uomo e donna di Bologna parte del tutto e al centro di tutto.
Perché a Bologna non si deve perdere nessuno.
Perché Bologna possa essere anche di chi non c’è nato.
Perché Bologna torni ad essere di chi c’è nato.
Perché, negli anni recenti, la politica in città si è spenta. Il ricambio è necessario, vitale, linfa democratica. E ci vuole discontinuità, ora.
Perché Bologna deve tornare ad essere la città di chi aspira e cerca, di chi lotta e marcia, di chi pensa e produce, di chi ha e di chi non ha. E anche di chi si riposa dopo le fatiche di una vita.
Perché Bologna sia una città aperta che guarda a chi ha avuto meno per dare di più a tutti.
Un tempo si diceva «una città che guarda al cambiamento ma che rimane solidale».

Per tutto questo.

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Chi siamo.

Siamo antifascisti, contro la guerra e il riarmo, contro l’avventurismo trumpiano, contro il militarismo della Nato, contro il colonialismo genocidario israeliano, contro un’Europa impostata sui dogmi del neoliberismo, del rigorismo, dei tagli alla spesa sociale. Siamo per un’Europa e un’Italia democratica, popolare, opposta alla deriva sicuritaria, autoritaria e repressiva dell’attuale governo nazionale. E siamo per il superamento dell’attuale modello di Unione Europea così come sancito dal Trattato di Maastricht.

Siamo per il ritorno alla gestione pubblica dei servizi che riguardano la collettività, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti all’acqua, dal gas e dall’energia ai rifiuti. I servizi pubblici non posso essere affidati a privati, pur con partecipazione finanziaria di Enti pubblici, il cui scopo è il lucro.

Vogliamo opporci alle politiche dell’Amministrazione attuale, promosse nel solco ormai più che decennale delle precedenti Amministrazioni. Vogliamo che la gestione dell’Amministrazione Comunale cambi rotta. All’attuale Amministrazione della città – pur autodefinitasi la più progressista d’Italia – contestiamo di aver favorito o di non aver sufficientemente contrastato una deriva verso una città:

  • a misura di chi sta meglio e a scapito di chi sta peggio

  • più propensa ad uno sviluppo quantitativo quasi senza limiti a scapito di una indispensabile attenzione all’ambiente e alla salute dei suoi cittadini

  • pericolosamente incline ad imporre le sue scelte anche ricorrendo alla repressione a scapito di un’autentica partecipazione popolare

  • con un rapporto pressoché ancillare nei confronti delle imprese e delle sue stesse aziende partecipate.

Noi siamo l’Altra Bologna, che ha un’altra idea di città, che vuole un’altra Bologna.

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Cosa vogliamo. Il nostro manifesto

Una città progetto. Bologna è stata un esempio della politica e dell’amministrazione. Ha saputo pensare in grande partendo dal suo piccolo, dai bisogni dei suoi cittadini e delle sue cittadine, e soprattutto di chi partiva da condizioni più disagiate. Bologna deve tornare a quel modo di pensare la politica: concepire il nuovo alla portata di tutti e tutte.

Una città che riconosce. Bologna deve saper accogliere e valorizzare diversità e capacità. Deve saper vedere il disagio e le mancanze. Deve saper considerare le problematicità, riconoscerle. Deve saper capire, indirizzare. Deve sapere cambiare rotta. Deve saper far sentire “a casa” chi ha scelto di abitarla.

Una città approdo, una città di tutti. Bologna deve essere un porto, non uno scalo. Per lo straniero come per il nativo, emiliana, italiana ed europea. Luogo di scambio fecondo, non di ghetti. Una città medina, non un suk. Un’agora, non un mercato. Il contrario di un non-luogo come una qualunque anonima città europea. Una città dagli occhi dolci.

Una città parte del mondo. Bologna deve essere vessillo di dialogo, scambio e comprensione. Deve essere contro i soprusi, le violenze, il colonialismo, il razzismo, non lasciare albergare la paura. Deve stare dalla parte degli oppressi e combattere l’oppressione. Deve saper sfruttare i suoi saperi antichi e moderni per essere riferimento.

Una città in simbiosi della natura. Bologna deve sfuggire al desiderio di farsi anonima metropoli di vetro e cemento del terziario avanzato, abbellita da un verde che è solo accessorio. Deve contrastare l’aggressione del capitalismo immobiliare e predatorio, nel nome dello “sviluppo”, della cementificazione in nome della “rigenerazione urbana”. Deve evitare che i suoi “centri” (ultimo esempio, il Tecnopolo) diventino cattedrali che alimentano nuovo consumo di acqua e risorse. Deve ripensare la pianificazione urbanistica, limitando al massimo il consumo di suolo vergine per qualunque edificio o infrastruttura e intervenendo sul patrimonio esistente. Senza stravolgere quanto di verde e naturale era andato crescendo. Restare comunità urbana sui fiumi e i corsi d’acqua che l’attraversano, con le sua sparse aree boschive e spontanee, nel rispetto della conformazione idro-geologica del territorio su cui è insediata. Che deve sapere gestire e curare, rigettando la brama di sempre nuove violenze al terreno, a piante e alberi, all’ambiente con il quale deve sapere convivere. Perché deve proteggere quella natura che l’azione umana sta devastando nel pianeta, consapevole del cambiamento climatico in atto e dei suoi effetti nefasti, contribuendo per quello che può in ogni sua parte: riducendo emissioni e scarichi, azzerando il consumo di suolo, curando le sue falde acquifere e i suoi ecosistemi viventi, proteggendo il verde e ogni singola pianta come bene preziosissimo. Deve essere una città che respira l’aria più pulita che una città può avere, una città che superi logiche superate, che mandi all’aria progetti pensati per un’altra era – come il Passante – cessando di favorire il trasporto privato su gomma a danno di quello pubblico e dell’ambiente, per un diverso uso del territorio.

Una città che non si espande ma che matura. Bologna deve saper trovare la sua dimensione di città-mondo a partire dalla sua storia – di città degli studi, di città degli scambi, di città delle torri e del Liber Paradisus, di città operaia e artigiana – per continuare a crescere di uno sviluppo di qualità, non di quantità, uno sviluppo del suo corpo sociale e collettivo. Non una città vetrina, ma una città officina, non una città bancarella ma una città cenacolo, non una città rumore ma una città concerto. Non solo mercato, non solo terziario avanzato, non solo economia estrattiva (come il turismo).

Una città specchio. Bologna deve uscire dalla sua dimensione di provincia per essere luogo ove ci si può guardare dentro e attorno. Già ha saputo farlo con il cinema, con le biblioteche. La sua università si è ritratta in sé, è quasi un corpo estraneo. Bologna la deve far uscire dal suo guscio per contribuire a fare della città uno specchio del mondo.

Una città fucina. Bologna ha molte ricchezze di talenti e potenzialità. Che però vi dimorano senza trovare stimoli nella sua Amministrazione, che non è più un interlocutore disinteressato, persa nel patto sociale con le categorie, condizionata da realtà economiche esterne, dimenticando i cittadini e le cittadine. La città è un motore acceso lasciato al minimo. Le associazioni oggi trovano spazio solo nella negoziazione manovrata e talvolta clientelare, la cooptazione è divenuta pratica accettata, anche per le realtà che si aggregano in taluni centri sociali, le forze sociali e i corpi intermedi non spingono per un confronto più serrato e produttivo in cui esprimere la loro voce autonoma. La partecipazione dei cittadini e delle cittadine non trova sbocchi o canali in cui esercitarsi. Quel motore può riprendere spinta se lo si fa salire di giri, alimentando la sfida.

Una città colta di ogni cultura. A Bologna, solo un terzo dei suoi residenti vi sono nati. Un quinto dei suoi residenti si avvicenda ogni cinque anni. È una città dove la gente arriva, da cui la gente parte. I nati e le nate all’estero sono oggi poco più di 60mila, su 393mila residenti, una quota che è ormai stabilizzata da diversi anni. Di questi, 24mila sono europei e 23mila sono asiatici. Bologna può solo arricchirsi di questa varietà di culture e provenienze, se sa parlare la lingua di ognuno e di ognuna. Non solo integrazione, ma interazione. Una città crocevia.

Una città coagulo. Bologna deve essere centro d’attrazione non solo di “eccellenze” ma di ogni capacità, luogo di intersezioni, non isola di monadi, fulcro di possibilità, non castello di antiche consuetudini di famiglie arroccate nell’usuale benestare dentro le loro mura, ma porto di mare, piazza delle meraviglie. Una città che sappia capire, apprezzare, valorizzare.

Una città organismo che si cura di ogni sua parte. Bologna può essere comunità di intenti differenti nella ricchezza delle sue diversità. Nessuno deve essere messo da parte o restare indietro. Bologna deve essere una città di uguali, facendo di più per combattere le disuguaglianze di ogni tipo: di genere, di origine, di reddito. Sono troppi oggi i residenti con un reddito troppo basso, sono troppe le donne il cui salario è più basso di quello degli uomini, sono troppi i nati e le nate all’estero la cui paga è inferiore a quella di chi proviene dall’Italia, le cui condizioni di vita sono terribilmente difficili. Bologna deve lenire quelle disuguaglianze, andare incontro alle necessità di un corpo sociale che, come in molte parti d’Italia, è diseguale.

Una città abitabile. Nel passato, Bologna aveva avuto politiche urbanistiche d’avanguardia, in grado di coniugare la tutela del patrimonio storico con la domanda di alloggi. In anni di crescita demografica e crescente domanda di manodopera, l’edilizia residenziale pubblica aveva saputo rispondere con efficacia e lungimiranza. Oggi, la popolazione è stabile, il mercato del lavoro tende a polarizzarsi e le disuguaglianze di reddito sono aumentate. Così, si è avuta una mutazione di ceto tra i residenti, grazie all’incremento dei redditi alti, da un lato, e alla stagnazione dei redditi bassi e si è ampliata la distanza tra i ceti più abbienti e quelli popolari. Il centro storico è stato oggetto di concentrazioni proprietarie e riqualificazioni, spinte in parte dall’aumentato flusso turistico. Il mercato immobiliare ha visto un vistoso aumento dei prezzi delle abitazioni e degli affitti. La città è così divenuta sempre meno abitabile per chi ha redditi bassi, i meno abbienti, che sono stati espulsi.

È questo un processo su cui si deve agire con urgenza, con l’edilizia pubblica e sociale, con l’equo canone o un più favorevole canone concordato, con aliquote Imu differenziate. La città deve tornare a poter essere abitata da tutti coloro che vi hanno un’attività o la cercano. E anche delle nuove iniziative di punta – come il Tecnopolo o una futura università internazionale – se ne devono valutare gli impatti: quali saranno i movimenti in entrata di nuovi residenti, come queste centinaia di tecnici specializzati cambieranno la domanda di alloggi e l’effetto sui prezzi, dato il loro livello di retribuzioni senz’altro superiore alla media. Bologna deve decidere se vuole essere una città per tutti o solo per il ceto medio dei “professional” e degli addetti di settori ad alto valore aggiunto, perché in questo caso non resterà posto per gli altri.

Una città vivibile. A Bologna non si vive “male”. Ma ciò non è vero per tutti. Gli autobus sono costosi. I parcheggi sono costosi e nella Ztl del centro storico ci sono limitazioni all’accesso. La Ztl – come concetto – andrebbe abolita. Muoversi a Bologna non è facile. Muoversi di sera, in talune zone, non è sicuro, c’è violenza, micro-criminalità. Che è naturalmente originata da problematiche sociali profonde e che si può affrontare solo intervenendo su quelle cause. Non è solo una questione di ordine pubblico e non può essere risolta con la repressione. Perché la convivenza si garantisce quando si permette a tutti di avere un tenore di vita adeguato. E vi sono aree, in città, ad alta fragilità economica e sociale, tristi modesti quartieri “dormitorio” senza esercizi e vita sociale. Una città in cui, anche a causa dell’aumento del disagio e delle fragilità, sono aumentate l’insicurezza e la solitudine, mentre si è impoverito il senso di comunità. In cui la risposta non deve essere sicuritaria ma neppure lassista, in cui intervenire con un più accurato controllo e disposizione a farsi carico delle situazioni difficili. In città, alcuni servizi sono ridotti all’osso – dai nidi ai servizi sanitari all’assistenza per gli anziani – così come i centri sociali, sportivi e di ritrovo, in cui il verde è stato ridotto progressivamente ad elemento di decoro, perdendo quella funzione di assorbimento di anidride carbonica e raffreddamento delle temperature caratteristico della sua natura di ecosistema. Anche i luoghi pubblici sono meno vivibili: sono sparite quasi ovunque le panchine; camminare, se non è tra i negozi del centro, è divenuto impegnativo. Le piste ciclabili sono in molti casi solo indicate sulla carreggiata stradale, con grande pericolo per chi usa la bicicletta. Bologna deve tornare ad essere vivibile con facilità e agio, ad ogni ora del giorno e della notte. Anche la notte, sì: perché non vi sono più locali aperti fino al mattino, tutti gli esercenti sono chiusi. Non c’è più “la vita” di un tempo, a Bologna. La rivogliamo!

Una città memore. Bologna ha una storia antica. Nata Felsinea tra i fiumi nella pianura fertile, diventata Bononia sulla via Emilia all’incrocio tra il nord celtico e il sud latino, è stata capitale medievale, città papale, culla patriottica nel Risorgimento, ha visto svilupparsi il movimento operaio e bracciantile, ha incubato il fascismo degli agrari e dei facinorosi appoggiati da una borghesia gretta. E ha dato vita a una fiera Resistenza che l’ha vista in prima linea nell’affermazione della Repubblica italiana. Qui, i partiti del movimento operaio avevano un consenso che andava oltre le classi lavoratrici, perché sapevano coniare l’attenzione per le masse popolari con il riguardo alle classi medie. Città memore delle sue lotte – e delle sue ferite – ha conosciuto il tumulto giovanile, l’oltraggio del terrorismo fascista, sapendone uscire con attenzione e coraggio. Ha saputo dialogare, ha saputo ricredersi. È stata laboratorio di idee e cultura, politica e visione. Nel tempo recente, però, ha perso quella vitalità e quella capacità di ascolto, con una gestione poco accorta delle dinamiche in atto, perdendo progressivamente la capacità di saper parlare all’intero corpo sociale. Ma Bologna ha memoria, sa quali sono le sue cicatrici, che vanno lenite senza protervia. Il suo corpo studentesco resta ancora importante e non deve essere marginalizzato, perché non è fatto solo di “utenti” ma di cittadine e cittadini. E ci sono fasce che si sentono escluse, cui va data voce e risposta.

Una città giovane e anziana. Bologna ha una popolazione in cui uomini e donne tra 65 e 79 anni d’età sono più di 60mila, gli ultra-ottantenni sono 36mila, mentre ragazzi e ragazze fino ai 15 anni sono 43mila e i giovani e le giovani tra 15 e 29 anni sono 57mila. Gli over 65, quindi, sono più di un quarto dei residenti e molti vivono soli. A loro va riservata una speciale attenzione, in termini di assistenza e di servizi. Come va riservata ai giovani: scuole di ogni ordine e grado, a cominciare dai nidi, accessibili a tutti; luoghi di incontro e di svago; luoghi per fare sport, piscine; servizi e trasporti. Il disagio giovanile si manifesta con l’abbandono scolastico, con l’uso di droghe, con i disturbi psico-fisici, e poi con l’assenza di prospettive occupazionali e il precariato. Bologna deve essere una città per i giovani e le giovani.

Una città democratica. Bologna deve tornare ad accendere il dibattito sulla città nei luoghi del governo – il Consiglio comunale, i Quartieri. La qualità della democrazia è venuta peggiorando, dando vita a pratiche poco trasparenti e non realmente partecipate. La gestione delle politiche culturali e di promozione sociale si è fatta verticistica, affidata a opache strutture semi-pubbliche fuori dal controllo democratico, ove la produzione culturale libera e autonoma, che un tempo veniva sostenuta, è stata abbandonata alle logiche di mercato. Così, Bologna è divenuta una città la cui configurazione è stata lasciata agli indirizzi dei privati perdendo quelle caratteristiche di ampio respiro che la programmazione coordinata, in grado di recepire esigenze e bisogni che nascevano da tutte le fasce della popolazione, le sapeva dare in passato. Le politiche comunali non vanno appaltate a Fondazioni o altre organizzazioni private o semi-pubbliche. L’Amministrazione deve poter essere valutata e scrutinata alla luce del sole, nel dialogo con le forze politiche, con gli eletti e le elette, con i cittadini e le cittadine. Con formule per favorire la partecipazione autentica e l’ascolto. Perché l’Amministrazione torni ad essere di tutte e di tutti la democrazia deve spostarsi dal centro alla periferia materiale e simbolica della città.

Una città che si preoccupa. A Bologna, i ceti meno abbienti rappresentano più della metà della popolazione ma soffrono il costo della vita, l’aumento degli affitti, la diminuita accessibilità dei servizi (a cominciare dalla sanità), la pessima qualità del trasporto pubblico locale e la fragilità sociale di talune zone in cui la vivibilità si è fatta difficile. Un quarto della popolazione è composto da giovani sotto i 30 anni, ma quelli che non studiano e non lavorano sono tantissimi. I lavoratori e le lavoratrici sono più della metà della popolazione, la loro manodopera è quanto mai necessaria; eppure, patiscono un mercato del lavoro sfidante, in cui due terzi del lavoro è precario e sotto-pagato. In questo senso, quindi, Bologna deve essere una città che si preoccupa dei suoi ceti popolari, dei suoi giovani, dei suoi lavoratori e lavoratrici, autonomi e dipendenti, di quella vasta fascia che non possiede un’abitazione o non ha un’auto elettrica o ibrida e deve usare il trasporto pubblico, dei suoi anziani, di chi fa la fila agli ambulatori o non riesce a prenotare una visita medica, di quei tanti e quelle tante che non si possono permettere un affitto, di tutte quelle persone che ormai da tempo hanno perso fiducia in una politica che non li rappresenta, a cui questa proposta si rivolge.

Una proposta che si tradurrà in programma – un programma ambizioso, per cambiare registro – per andare alla sfida elettorale contro un sistema, un blocco, che non riesce più a cogliere le domande che arrivano dalla popolazione e pare soltanto volersi riprodurre.

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La nostra proposta programmatica

Con questa proposta ci vogliamo rivolgere all’elettorato di CC e PD che non si riconosce nell’operato della giunta, come anche agli elettori Verdi e 5Stelle che non hanno rappresentanza. E ci rivolgiamo ad alcune forze e formazioni politiche oggi presenti in città, anche in via di costituzione. In particolare, ci rivolgiamo ai rappresentanti dei Verdi – il cui rapporto con la giunta si è interrotto, su posizioni che condividiamo, e che sono poi stati espulsi – e agli elettori che non hanno più trovato una rappresentanza degna in cui riconoscersi. Ci rivolgiamo a Prospettiva Comune e a Uniti per Bologna, con cui riteniamo possano esistere convergenze significative. Come ci rivolgiamo anche a quelle formazioni di sinistra che alle ultime elezioni sono andate disgiunte, fallendo l’obiettivo di avere una rappresentanza in Consiglio. In sostanza, c’è un elettorato che guarda a tutte le forze politiche di centro-sinistra e sinistra le cui posizioni, e il cui agire concreto, non risponde più alle domande che esprime. A tutti questi proponiamo una convergenza programmatica ed elettorale che sia in grado di raggiungere la massa critica utile per aprire un dialogo con chi – pur fuori dal nostro perimetro – vuole provare a mettere in campo un progetto di governo alternativo alle destre e al sistema consociativo del PD. Insomma, una consistente formazione (lista) di sinistra e ambientalista che proponga una più ampia e composita coalizione elettorale, alternativa, per la città.

Altre liste si stanno ora organizzando, con l’ambizione di rovesciare l’attuale governo della città. Noi non guardiamo a destra, ma a quelle iniziative che vogliono rimettere al centro della loro azione i ceti popolari, che sono i più colpiti, con le quali riteniamo possano crearsi le condizioni per una convergenza più ampia. Peraltro, con il meccanismo elettorale vigente, la necessità di una coalizione si pone con urgenza: una coalizione che sia in grado di raccogliere consensi che portino lo schieramento attualmente dominante al ballottaggio e poi alla sconfitta.

Noi pensiamo che mai come oggi il governo della città sia contendibile. Il ballottaggio è possibile. Per farlo occorre in prima istanza battere la destra. Arrivare al ballottaggio significa aprire una partita tutta da giocare con l’attuale maggioranza. Per farlo dovremo rompere la resistenza di quel 50% degli elettori che non vota più. Dei tanti e delle tante, che non trovano una più rappresentanza perché schifati o disillusi. Dovremo trovare la chiave per rompere la loro diffidenza.

Sulla base dei principi del nostro manifesto, descritti sopra, e del lavoro di monitoraggio e valutazione che abbiamo effettuato sulla città di Bologna, la nostra proposta si articola lungo i seguenti “assi” di intervento, con enunciati propositivi schematici (qui elencati non in ordine di importanza).

Asse n. 1: il lavoro – fine della esternalizzazione dei servizi, lotta al precariato.

L’attenzione al tema del lavoro deve essere primaria ed è da qui che parte la nostra azione politica, per caratterizzare cosa faremmo se avessimo in mano il governo della città. Due terzi del lavoro dipendente a Bologna sono precari. Cosa può fare un’amministrazione comunale sul tema del lavoro? Innanzitutto, deve “guardarsi in casa” e avere una diversa gestione del personale adibito ai servizi che ad essa fanno capo – che siano dipendenti del Comune o di altri Enti pubblici a partecipazione comunale.

  • Terminazione di tutte le esternalizzazioni di servizi, dalle biblioteche ai centri civici, con personale dipendente del Comune.

  • Lotta al lavoro precario, ad iniziare dal personale che gestisce i servizi comunali e pubblici, con possibile coordinamento con il sindacato.

  • Favorire i lavoratori precari nell’accesso e nell’utilizzo dei servizi comunali.

Asse n. 2: il diritto all’abitare – casa e affitti.

L’attenzione alla dimensione abitativa deve essere primaria: è questo il secondo asse su cui incentrare la nostra azione politica. La distribuzione disuguale del reddito e le dinamiche del mercato immobiliare impongono un intervento che parta dalla realtà della domanda di alloggi. Agire sulla dimensione abitativa, dal punto di vista dell’Amministrazione, vuol dire agire sul mercato immobiliare, sulla disponibilità di alloggi, sugli incentivi per rendere più fluido il mercato degli affitti.

  • Interventi sull’equo canone e sui canoni concordati, aumentando gli incentivi (detassazione) ma anche penalizzando chi mantiene alloggi sfitti.

  • Potenziamento dell’edilizia pubblica e sociale ai fini dell’aumento dell’offerta di alloggi.

  • Piano-casa con finanziamenti pubblici (non affidato ai privati).

  • Programma massiccio di manutenzione e ripristino del patrimonio abitativo pubblico esistente.

  • Una trattativa serrata con lo Stato per la disponibilizzazione degli edifici parte del Demanio.

  • Un più stretto monitoraggio degli affitti brevi.

  • Intervento sugli studentati, che siano a prezzi accessibili. Blocco delle concessioni edilizie per nuovi studentati privati e revisione delle concessioni esistenti.

  • Introduzione di aliquote IMU differenziate e progressive per i possessori di più immobili, con maggiorazione delle aliquote per gli immobili residenziali di pregio e riduzione per gli immobili popolari.

Asse n. 3: il potenziamento dei servizi pubblici – asili nido, scuole materne, servizi sociali, servizi per gli anziani.

L’attenzione al tema dei servizi e della dimensione sociale deve essere primaria e si deve tradurre in una diversa gestione dei servizi, con attento monitoraggio delle tendenze e dei bisogni e capacità di ascolto, avendo in mente l’ampiezza delle fasce di popolazione con redditi bassi.

  • Asili nido accessibili a costi ridotti per ampie fasce di popolazione.

  • Scuole materne accessibili a costi ridotti per ampie fasce di popolazione, sulla base di criteri di reddito e di bisogno.

  • Dotazione strutturale degli edifici adibiti a nido e scuole di proprietà comunale adeguata ai bisogni climatici (riscaldamento, aria condizionata).

  • Eliminazione di qualsiasi contributo comunale, anche indiretto, alle scuole private di ogni ordine e grado.

  • Aumento dei servizi sanitari di prossimità: consultori pediatrici e ginecologici, servizi di cura immediata, servizi di salute mentale, consultori geriatrici.

  • Estensione e riqualificazione dei luoghi dedicati alla socialità con aumento dei centri sociali, dei luoghi di svago e dei centri sportivi, soprattutto nelle zone a più alta fragilità sociale. Con relativo personale di supporto.

  • Incentivi a spazi gestiti dal basso, ormai quasi scomparsi a causa di politiche culturali e sociali decise sulla base di sistemi clientelari (e non sulla base dei bisogni).

  • Incentivi alla produzione culturale autonoma, ovvero di iniziative spontanee anche non strutturate.

Asse n. 4: la mobilità – trasporti pubblici e viabilità

L’attenzione alla mobilità è un altro asse per noi fondamentale. Agire sulla mobilità, dal punto di vista dell’Amministrazione, vuol dire agire sui trasporti, la viabilità, il traffico. Riguarda tanto le infrastrutture che la regolazione dei trasporti pubblici, dei parcheggi, dei limiti di velocità, della percorribilità delle strade.

  • Aumento di tutte le disponibilità per il trasporto pubblico locale, dagli autobus ai tram al servizio ferroviario, ovvero più mezzi e più corse, rendendole più accessibili alla popolazione. Ciò si traduce in un aumento del numero dei mezzi (di cui parte elettrici) e del numero di linee fino ad arrivare a raddoppiare il numero di mezzi attuali – tanto quelle urbane che quelle suburbane.

  • Decurtazione generalizzata del costo dei biglietti e degli abbonamenti.

  • Potenziamento ulteriore del Servizio Ferroviario Metropolitano lungo le sette direttrici – Vignola, Modena, San Giovanni in Persiceto, Ferrara, San Vitale, Imola, Pianoro – in termini di mezzi e corse.

  • Rapporti con Tper: destinazione degli utili al Comune di Bologna. In prospettiva: Tper deve tornare ad essere azienda municipalizzata.

  • Abolizione della Zona a Traffico Limitato e aumento di aree pedonali permanenti (es. piazza Maggiore e via del Pavaglione, via Zamboni bassa e piazza Verdi, etc.).

  • Blocco dei lavori del Passante. Nel più lungo periodo si dovrà mettere in cantiere uno studio di fattibilità per l’interramento dell’autostrada. Con il coinvolgimento effettivo dei cittadini e dei comitati sulla proposta.

Asse n. 5: l’ambiente e l’assetto urbano

Ambiente e assetto urbano sono ovviamente collegati. Dal punto di vista dell’Amministrazione, agire sui due aspetti vuol dire pensare la città nel suo complesso, nel suo dispiegamento sul territorio.

  • Censimento permanente degli alberi e di tutte le piante e dei loro ecosistemi circostanti. Mantenimento del verde con divieto di eliminazione del verde ai fini del maggiore assorbimento di anidride carbonica e della riduzione delle temperature.

  • Sul verde urbano, vorremmo arrivare ad adottare una strategia 3-30-300 per una città a misura di natura, già proposta in altre città europee. Il principio è semplice: almeno 3 alberi visibili da ogni abitazione, una copertura arborea del 30% in ogni quartiere e un’area verde di qualità raggiungibile entro 300 metri da ogni cittadino. Una città più verde: alberi nei parcheggi, lungo le strade. Potenziamento dei boschi urbani e di tutte le aree verdi.

  • Assoluto divieto di nuovo consumo di suolo. Ogni opera di riqualificazione urbana deve partire dal patrimonio edilizio esistente – pubblico e privato – e dalla preservazione del patrimonio naturale esistente – alvei acquiferi, aree verdi e floreali.

  • Piano urbanistico rivisto secondo più stringenti criteri di sostenibilità.

  • Potenziamento degli interventi per la tutela idro-geologica, le falde, le aree franose, i corsi d’acqua in superficie e sotterranei.

  • Studio di fattibilità per l’eventuale spostamento dell’aeroporto di Bologna in area più lontana da centri abitati rilevanti. Con il coinvolgimento effettivo dei cittadini e dei comitati per discutere della proposta.

Asse n. 6: la sicurezza e il disagio sociale

L’attenzione ai temi connessi della sicurezza e del disagio sociale sono il sesto asse su cui incentriamo la nostra azione politica.

  • Attenzione alla questione della micro-criminalità e della violenza. Un primo aspetto è legato al consumo di droghe e al loro mercato. Non si può non rilevare un aumento significativo dell’insicurezza sociale, dovuta al fallimento delle politiche proibizioniste in relazione alla diffusione alla crescente domanda di sostanze che innesca emarginazione, degrado e microcriminalità. In risposta a ciò si è però avuta una rimozione completa delle politiche per la riduzione del danno in favore di modelli repressivi e securitari (come le “zone rosse” di piazza XX Settembre e Bolognina). Va bene il potenziamento dell’ordine pubblico, ma si deve anche intervenire con servizi di assistenza ai giovani e di monitoraggio del disagio sociale sul territorio.

  • Un secondo aspetto è conseguenza di un’incapacità ormai conclamata di intervenire con pratiche e soluzioni efficaci sulla condizione giovanile, l’aumento dell’aggressività e di fenomeni di illiceità, la diffusione delle armi “bianche” tra le ragazze e i ragazzi e la diffusione di sostanze nella fasce di popolazione sempre più giovani. In questo senso va garantita la presenza di centri di aggregazione nel territorio, gestiti o monitorati da personale qualificato, che possano supportare le famiglie e andare incontro alle esigenze degli adolescenti.

  • Un terzo aspetto è legato alla presenza di agenti di polizia locale o anche di forze dell’ordine, ora ridotto all’osso, nelle situazioni più critiche. Questo va potenziato.

Asse n. 7: il governo della città

L’attenzione ai temi della governance e delle modalità di governo è l’ultimo asse su cui incentrare la nostra azione politica. Il deficit democratico è divenuto evidente. Il governo della città è ora di stretta competenza della Giunta, in cui gli Assessorati paiono spesso avere funzione ancillare. Il Consiglio comunale, con le sue commissioni, non pare più avere funzione decisionale e propositiva, mentre molte funzioni operative sono state “esternalizzate” a organismi esterni. Lo stesso bilancio comunale è divenuto un mero strumento contabile, perdendo i caratteri di programmazione che aveva un tempo.

  • Il rapporto con le società partecipate – Tper e Hera in primis – va rivisto. Non solo tutti gli utili devono affluire al Comune, ma sono i termini della partecipazione comunale che andranno rivisti, prefigurando per entrambe le società, eventualmente, la trasformazione a società a intera partecipazione pubblica. Le aziende devono tornare a essere municipalizzate.

  • Anche il rapporto con la Fondazione Innovazione Urbana va rivisto, affinché questa diventi, al più, un luogo di elaborazione ma senza una gestione diretta dei fondi comunali che, al contrario, il Comune deve tornare a gestire in prima persona.

  • Assessorati dotati di portafoglio e luogo di elaborazione e decisione operativa.

  • Riordino dei quartieri e delle loro funzioni e prerogative

  • Ridefinizione della città metropolitana: affrontare la contraddizione stridente di un sindaco metropolitano eletto dai soli cittadini bolognesi e non da tutti/e coloro che risiedono nell’area metropolitana.

Condizioni di attuazione. Diverse delle misure immaginate prevedono finanziamenti che possono superare il bilancio attuale. Il diverso rapporto con le aziende a partecipazione comunale può essere fonte integrativa, così come una diversa azione sulla tassazione e le incentivazioni, anche agendo sull’addizionale Irpef in modo progressivo.

I punti “irrinunciabili”

Come detto sopra, la nostra proposta vuole avere un’impostazione di sinistra – cioè popolare – ed ecologista, ma vuole anche promuovere una coalizione per battere l’attuale alleanza tra Pd e Coalizione Civica. Il che vorrà dire trovare punti di convergenza per fare una battaglia comune con soggetti, singoli e collettivi, che possono essere a noi “idealmente vicini”. Perché tale convergenza si realizzi, però, vi dovranno essere alcuni elementi per noi irrinunciabili o non negoziabili:

  • La nostra identità antifascista, anti-riarmista ed ecologista: non chiediamo a nessuno di farla propria, ma non possiamo accettare proposte o posizioni che ne contraddicano la sostanza.

  • la giustizia sociale, il rifiuto delle disuguaglianze come qualcosa di ineluttabile, e la necessità di perseguire politiche che siano eque.

  • lo stop al consumo di suolo, alla cementificazione e all’impermeabilizzazione: consumo netto di suolo zero e stop a nuovi edifici residenziali (ma riconversione degli edifici esistenti).

  • il ritorno alla gestione pubblica dei servizi essenziali: dall’acqua ai rifiuti, dall’energia alla sanità.

  • il no all’allargamento dell’attuale tangenziale e alla cementificazione di aree ora non edificate (vedi nuovo stadio).