«Ci sono più liste a Bologna, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»scrive, parafrasando a suo modo l’Amleto di Shakespeare, Francesco Rosano sul Corriere Bologna del 6 ottobre. «Il sogno di un ballottaggio di inizio estate – nelle speranze dei tanti civici in campo» agiterebbe le acque, secondo l’autore, anche se «il progetto di una grande coalizione di scontenti e critici — soprattutto da sinistra — sembra una strada in salita a giudicare dai primi segnali degli attori sul palco».
L’articolo snocciola i parere divergenti di alcuni degli attori già in campo e mette in evidenza l’appello di Danilo Gruppi (ma non viene citato dove sarebbe apparso, visto che il Corriere Bologna non aveva giornalisti presenti alla conferenza stampa): «Ospiteremo volentieri quelle realtà che vogliono verificare se esistono le condizioni politiche per mettere insieme tutto quello che si muove a sinistra». Per sottolineare, subito dopo, che, «a giudicare dalle prime risposte» come sia «difficile immaginare che la grande coalizione dei civici prenda davvero il largo».
Ora, vorrei fare due commenti a questo proposito. Il primo è che la “solfa” sulle tante liste presenti è trita e ritrita. Alle ultime elezioni comunali, dopo un certo movimento pre-elettorale, si sono presentate al voto (con tutto ciò che consegue: raccolta firme, liste dei candidati, individuazione di un/una candidato/a sindaco) ben 19 liste con 8 candidati sindaci (e 8 coalizioni). Alle elezioni del 2016 erano 17.
Il meccanismo elettorale maggioritario, ma anche le diverse posizioni sui molti temi in gioco, favoriscono da un lato la molteplicità delle aggregazioni che, però, poi cercano una convergenza in coalizione per eleggere il loro unico candidato. Non è quindi un caso che il centro-destra mise insieme 5 liste con candidato sindaco Fabio Battistini e il centro-sinistra ne mise insieme addirittura 7 con candidato Matteo Lepore. Com’è noto, tra l’altro, quella fu un’abile manovra: fare prima le “primarie” – per non trovarsi poi altre liste di area in competizione – in cui furono eliminate le eventuali ambizioni di Isabella Conti e cooptare Coalizione Civica che, in solitaria, avrebbe forse potuto aggregare quel pacchetto di voti (e forse più) che aveva messo insieme nelle elezioni precedenti.
Qual è, dunque, il problema di avere “tante” liste? Nemmeno nella “prima” repubblica erano “poche”. C’erano i grandi partiti, è vero, ma c’erano anche partiti storici che raccoglievano pochi voti ma avevano poi parola nel concordare un programma di governo.
Nella fase pre-elettorale in cui siamo è non solo legittimo ma un segno di vitalità democratica che emergano formazioni diverse, ognuna con suoi segni distintivi, che fanno appello ad elettorati diversi su temi dirimenti. E la fase pre-elettorale è quella in cui si avanzano ipotesi di strategia e di alleanza sulle quali, poi, si costruiranno le coalizioni. In un certo senso, ci si “annusa”, si “sondano” gli umori e le vere domande degli elettori, per arrivare poi a conclusioni.
Ciò che dà fastidio ad un certo “establishment” – termine inglese che mette insieme molte cose, ma che possiamo tradurre come “ordine costituito” – è che si metta in discussione lo status quo (accomunando tutti con l’etichetta di “scontenti”) che a Bologna è rappresentato dal Pd e dai suoi alleati, sempre più “organici”, e dai ceti e gruppi sociali ed economici che rappresenta.
Ora, il fatto è che forse come non mai, oggi il Comune di Bologna appare contendibile. Il “blocco” sociale ed economico del Pd mostra crepe, la destra non è mai uscita dai suoi confini socio-economici, e una vasta fetta di ceti popolari non si sente rappresentata. E non da ieri, ma già da tempo, come già rivelò la scarsa affluenza al voto del 2021. Il disagio sociale e un certo diffuso malcontento (che va ben oltre le lamentele per i cantieri) oggi fanno ritenere che la possibilità che il centro-sinistra raccolto attorno all’attuale sindaco possa non raccogliere, al primo turno, il 50%+1 dei voti necessari.
In questa situazione, però, le molte liste che si pongono in opposizione all’attuale maggioranza, dovranno trovare una convergenza in un programma e in una coalizione che possa sfidare il centro-sinistra, portandolo al ballottaggio.
È una sfida. La diversità delle liste finora scese in campo appare ancora notevole, ma è anche vero che siamo nella fase pre-elettorale, in cui ci si misura sui temi e le prospettive. La proposta lanciata alla conferenza stampa di cui sopra ha questo scopo: avviare un dibattito per vedere se si possono creare le condizioni per la convergenza necessaria. Ci sono già alcuni temi dirimenti sui quali la sensibilità di chi è già “venuto allo scoperto” è simile: consumo di suolo, urbanistica, casa e affitti, metodi dell’amministrare. L’Altra Bologna non è una lista: lo diverrà se si troverà la convergenza su un credibile programma di mandato – imperniata su alcuni temi chiave – e si rivolgerà a quell’elettorato che non si ritrova più né in chi è oggi al governo né nel voto “identitario” e “purista”. Perché è solo ragionando in una logica di coalizione che si può sperare di mettere insieme quella massa critica che può portare ad una sfida elettorale vincente. Oltre le “belle parole” a cui ci hanno abituato quelli prima di noi che poi si sono rimangiati strada facendo. Ben vengano quindi le liste, anche di altre e altri, e ci si confronti, che c’è molto in città che può unire.
Pier Giorgio Ardeni